INTERVISTA A LAURENT PIEMONTESI - ADD Italia ADD Italia

INTERVISTA A LAURENT PIEMONTESI

“Movement is my medicine”, i valori dell’Art Du Déplacement, la definizione di ADD e come allenarsi
WISEFLOW podcast – Episodio 1 – Puntata del 26 Gennaio 2021. link

STATE ASCOLTANDO WISEFLOW, IL PODCAST DEDICATO ALL’ART DU DEPLACEMENT E AL
MOVIMENTO IN GENERALE. MI CHIAMO STANY BOULIFARD, EX-ATLETA DI ART DU
DEPLACEMENT, ORA ALLENATORE, FACCIO DELLA MIA PASSIONE UN MODO DI VIVERE. OGNI
SETTIMANA INCONTRO DELLE PERSONALITA’ DEL MOVIMENTO OPPURE VI PRESENTO DEI
CONCETTI PERCHÈ POSSIATE PROGREDIRE E VIVERE MEGLIO. GRAZIE DI ESSERE CON ME
OGGI, ORA RILASSATEVI E LASCIATE CHE IL VOSTRO FLOW SI ESPANDA

S.B.: Per questo primo episodio, è con onore e anche con una certa fierezza che vi propongo una discussione
con Laurent Piemontesi, fondatore del gruppo Yamakasi, dell’Art Du Déplacement e delle ADD Academy,
tra le altre cose. In questo episodio abbiamo parlato delle sue novità, tra cui il video “Movement is my
medicine”. Tra l’altro, se ne avete la possibilità, vi invito ad andare a vedere il video, prima di ascoltare
questo episodio (link). Laurent si esprime sul senso di questo video e sull’importanza dei valori nella pratica dell’Art Du Déplacement (ADD). Ci dà anche la sua definizione di ADD, ci spiega come allenarsi in conformità con questa definizione e i valori che ne derivano. Mi scuso in anticipo per la qualità dell’audio di questo episodio – la connessione non era il massimo – e ho dovuto purtroppo tagliare qualche parte. Avrete un suono molto migliore per i prossimi episodi, lo prometto, ma non potevo non diffondere questo episodio.

S.B.: Grazie di aver accettato l’invito.

L.P.: È un piacere, grazie a te.

S.B.: Quali sono le tue novità del momento, Laurent?

L.P.: Sto lavorando su un progetto video. Quello che cerco di fare è di promuovere l’Art Du Déplacement, il
suo messaggio, che non è semplicemente “il movimento”. Quelli che ci frequentano sanno molto bene che
diciamo sempre che non c’è solo il movimento nella vita, non ci sono solo i salti, c’è qualcosa di più
profondo. È per questo che lavoro, in effetti. Sono stato un po’ rallentato a causa del Covid, ma altrimenti
l’idea sarebbe quella di girare due video al mese, una cosa così.

S.B.: Ci sarà un titolo diverso per ogni video oppure “Movement is my medicine” è il titolo globale di tutti i
video?

L.P.: Ce ne saranno diversi, non è solo “Movement is my medicine”. Vorrei farne altri, con altre persone e su
altri temi da sviluppare attorno all’ADD. Spero che si potrà di nuovo uscire abbastanza rapidamente per
poter girare tranquillamente. Ho già messo giù per iscritto le mie idee…

S.B.: Il video ha avuto un buon ritorno dalla comunità, non so che impressione ne hai avuto tu, della
diffusione del video…

L.P.: Sì, un buon ritorno. Penso che chi pratica Art Du Déplacement sia contento di avere dei video che
possono rappresentare una parte di ciò di cui parliamo da anni, che non esiste solo il salto. Penso che abbia
fatto piacere.

S.B.: Credo anche io che sia per questo che è stato ampiamente condiviso. Si deve a questo il successo di un
video, che le persone lo condividono, fa eco, le persone ci si riconoscono. E penso che quando si pratica
l’ADD faccia piacere avere un video che esprime questo, che non è come tutti gli altri video, che sono un po’
sempre la stessa cosa, gli stessi movimenti. Qui invece c’è un senso, una ricerca, e fa davvero bene vedere un
video che è al tempo stesso bello dal punto di vista visivo, con dei bei movimenti, ma al tempo stesso ha un
messaggio dietro.

L.P.: Grazie. Perché mi è stato detto che non facevo abbastanza video e cose così, ma io non vedo il senso di
imitare i video degli altri. Ci sono persone che fanno già video con movimenti pazzeschi. Però poi succede
questo: io riesco a seguire una o due persone, ma poi se mi si chiede qual è l’ultimo video che mi abbia
toccato in quanto praticamente, non saprei dirlo. Se invece si cerca tra i video che hanno un messaggio da
trasmettere, allora lì diventa più semplice.
In generale, bisogna cambiare il modo di comunicare. Uno degli obiettivi di “Movement is my medicine” era
di approcciare i “simpatizzanti” dell’ADD. Non mi interessava di parlare solo ai “performer”, ma volevo
parlare anche a chi gira attorno al nostro mondo, ci supporta, che quando ci vede muoverci ha uno sguardo
nostalgico o caloroso, di supporto. Volevo uscire dal ghetto dei praticanti.

S.B.: Usando il termine “ghetto” intendi che c’è il rischio che quando ci si chiude tra praticanti si rischia di
chiudersi su sé stessi, mentre tu cerchi sempre di aprirti un po’?

L.P.: Penso che come praticanti, o insegnanti, se ci fossimo limitati a cose come “essere forti per essere utili”
ci saremmo dovuti limitare a dei movimenti che avessero un’utilità, posto che l’utilità è tutta da definire, ma
comunque che fossero più “utili”. Questo avrebbe portato ad un impoverimento generale delle tecniche. Si
sarebbe andati sempre più verso qualcosa di schematico e questo vuol dire che fai rientrare le persone dentro
uno schema. A quel punto ti rivolgi a un pubblico molto particolare, molto chiuso, e diventa un ghetto,
quando parli sempre con le stesse persone. Rischia di spegnersi. Credo che la comunità del Parkour ne abbia
preso coscienza, anche se non lo dicono, e iniziano ad aprirsi. Penso anche a dei gruppi molto conosciuti che
all’inizio si rivendicavano come “Parkour” e che hanno dovuto aprirsi, perché questo non parla a nessuno.
Rapidamente la gente non si è più interessata a questo, ma al messaggio che veniva dall’ADD, che era quello
di esprimersi come persona ed esplorare tutto il proprio potenziale. Questo passa per il lato artistico. Siamo i
primi che hanno fatto questo. Come giustifichi oggi l’arte nel Parkour? Non ce n’è. Penso che sia la nostra
opportunità.

S.B.: Sì, è anche il percorso che si è scelto di seguire.

L.P.: Sì, infatti. Noi lo abbiamo scelto dall’inizio. Non so se c’eri a Evry, quando ad un certo punto abbiamo
discusso della differenza Art Du Déplacement/Parkour con i rappresentanti del Parkour, dei valori, dello
spirito e della filosofia del Parkour. Sébastien (ndr: Sébastien Foucan) diceva che l’ Art Du Déplacement
andava ancora bene perché aveva ancora un senso e soprattutto apparteneva ancora anche a loro. Io ero
d’accordo, ma c’era una cosa che secondo me non era vera: tutta la comunità del Parkour e, in misura
minima, perché meno conosciuta, la Ginnastica, hanno adottato la filosofia dell’Art Du Déplacement. Il
Parkour è una pratica nuda, che ha spogliato l’ADD per vestirsi con la sua filosofia e questo non viene mai
riconosciuto, formalmente. Ho ripensato a questo ultimamente: il primo strumento che è stato messo in piedi
per trasmettere il Parkour è stato realizzato grazie agli Yamakasi, ossia l’ADAPT. All’inizio io ero dentro
l’ADAPT, me ne sono andato per questioni di fiducia e di accordo su quello che l’ADAPT stava diventando.
Ma in effetti gli Yamakasi erano dentro il primo strumento che la comunità del Parkour ha avuto.

S.B.: Per ricordarlo a chi non è dentro la questione, ADAPT significa “Art Du Déplacement and Parkour
teaching”, quindi c’erano entrambi i termini. Non so se c’era la volontà di avvicinare le due pratiche.

L.P.: No, non c’era questa volontà, altrimenti oggi saremmo insieme. Noi, una decina, compresi noi 4
fondatori, abbiamo avuto questa volontà, ma gli altri no, sennò saremmo ancora insieme.

S.B.: Siccome si parla molto di cosa si fa nell’ADD, dei suoi valori etc. e credo che sia una dif icoltà per
molti di noi, riesci a definire l’Art Du Déplacement in una frase o in qualcosa di semplice, come quando lo
presenti alla gente?

L.P.: Credo di sì. Una delle cose che dico è che l’Art Du Déplacement è “cercare di utilizzare al meglio ciò di
cui si dispone in ogni fase della vita”. Ci sono fasi in cui si fa crescere e si consolida il potenziale (trenta,
quarant’anni), altre in cui si agisce sulla trasmissione e sulla comprensione dei comportamenti umani, ad
esempio.

S.B.: Parlando di fasi della vita e di ciò di cui si dispone, intendi in termini di corpo o in termini più
generali, come persone?

L.P.: Intendo come persone. Ciò che si ha è dato dal corpo, ma anche dal vissuto e dalla persona nel suo
complesso. È ovvio che non dirai che hai male a un ginocchio perché hai litigato con la fidanzata, ma questo
non impedisce che oltre all’aspetto fisico ci sia anche l’aspetto mentale. Ad esempio: può succedere che
dopo quarant’anni che ti alleni, tu non abbia più la stessa accettazione della sofferenza. Per sofferenza
intendo la fatica di fare delle cose che non vorresti più fare, ma che la disciplina ti dice che devi fare. La
resistenza alla difficoltà può aumentare con l’età; come coach, questo è un punto importante: bisogna sempre
mantenere questo rapporto con la resistenza alle difficoltà, perché se uno non riesce più a confrontarsi con la
sofferenza, vuol dire che facilmente di fronte alle difficoltà rinuncerà e penso che questa sia un’attitudine
pericolosa.

S.B.: Hai un “primo” ricordo legato all’Art Du Déplacement, che ti fa dire che in quel momento sei entrato
dentro l’ADD?

L.P.: È più un ricordo legato ad un incontro. All’inizio non c’era un nome per definire quello che facevamo:
potevi fare del combattimento, muoverti nella città, saltare, ma non c’era un nome. Il primo ricordo è
l’incontro con Yann, perché era Yann che mi allenava. Lì ho capito che non mi ero mai allenato davvero,
anche se avevo fatto atletica prima; la quantità e l’intensità dell’allenamento era folle, faceva cinquanta
trazioni come se bevesse un bicchiere d’acqua. Yann ha questo modo di fare: se riesce a fare una cosa, pensa
che la puoi fare anche tu; non vuole dimostrare che lui è bravo, vuole spiegarti come fare. Ha una capacità
innata di forza e calma ed è stato il primo pedagogo, in modo completamente spontaneo, senza aver mai
studiato. Ancora adesso, magari non sa dire il nome preciso di una cosa, ma sa esattamente cosa devi fare per
arrivarci. Ha una nobiltà di insegnamento e la pazienza di spiegarti, che non gli deriva dall’aver studiato; è
come se fosse un prodotto puro della strada. Yann mi ha insegnato l’ADD non istruita, non codificata, non
studiata; e di non chiudere le persone dentro degli schemi.

S.B.: È interessante, perché è lo stesso tipo di “primo ricordo” che ho anche io, legato all’intensità, alla
quantità degli allenamenti. Ed è lo stesso impatto che ricordano in molti, di aver scoperto il vero senso
dell’allenamento solo dopo aver incontrato gli Yamakasi a Evry; anche questa è un po’ una firma dell’Art
Du Déplacement.

L.P.: Ultimamente c’è un dibattito su quantità/qualità. Io non capisco l’opposizione: sono due aspetti
complementari. Solo nella durata dell’intensità si sviluppa la determinazione, la concentrazione, la forza di
volontà e la forza di proseguire e migliorare. Negli sforzi brevi o riesci o non riesci, non sviluppi una tenuta
mentale.

S.B.: È lì che si vede l’impatto mentale dell’attività fisica nello sviluppare questo carattere, questa
determinazione, che poi possono essere applicate anche nelle azioni quotidiane.

L.P.: Bisogna anche capire, al tempo stesso, come sviluppare il potenziale proteggendo il corpo: se un
giovane è dotato fisicamente non ha tanto bisogno che gli si insegni a saltare, ma che gli si insegni a
sviluppare il potenziale senza consumarlo; altrimenti di solito nessuno arriva a praticare dopo i 30 anni,
perché i 30 anni sono come una finestra della super-forza, in cui si può lavorare per la performance. Dopo
quell’età la performance non può crescere ancora. Il tipo di ricerca è completamente diverso.


Si ringraziano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *


BE YOUR HERO

ADD Italia partecipa al primo progetto sulle soft skills dedicato agli adolescenti.

Attraverso lo sport e l’arte guida i ragazzi in un percorso di allenamento interattivo fisico e mentale per una libera interpretazione di se stessi, per sviluppare una maggiore consapevolezza e un solido senso di sicurezza interiore.

Sito: be.yourhero.it