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LO SPORT è DAVVERO EDUCATIVO?

Un dialogo immaginario tra Bob Sport, Jack Fairplay, Michael Education e Bill Inclusion¹

Introduzione

Lo sport può essere definito in vari modi, ma la sua accezione più completa è forse quella delineata nella Carta Europea dello Sport dal Consiglio d’Europa a Rodi, nel 1992: “Qualsiasi forma di attività fisica che, mediante una partecipazione organizzata o meno, abbia come obiettivo il miglioramento delle condizioni fisiche e psichiche, lo sviluppo delle relazioni sociali o il conseguimento di risultati nel corso di competizioni a tutti i livelli”².   Lo sport è ritenuto dunque un percorso educativo individuale e sociale e poi anche competitivo; ma oggi nelle società e nelle associazioni sportive lo sport è soprattutto proposto invece in forma agonistica, e quindi selettiva, non inclusiva e talvolta addirittura discriminante, in quanto finalizzata alla ricerca del risultato sportivo. Inoltre a istruttori e allenatori, non sono richieste competenze pedagogiche specifiche, necessarie a rivestire professionalmente la figura di educatore auspicata dalla definizione qui proposta. La valenza educativa dello sport è quindi solo una vuota chimera o lo sport ha davvero la capacità di educare individui e migliorare la società?

Bob Sport: L’attività fisica rappresenta uno dei principali strumenti per la prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili, per il mantenimento del benessere psico-fisico e per il miglioramento della qualità della vita, in entrambi i sessi e a tutte le età (cfr. Istituto Superiore di Sanità, “Movimento, sport e salute: l’importanza delle politiche di promozione dell’attività fisica e le ricadute sulla collettività”³); inoltre la pratica sportiva può rappresentare davvero una grande risorsa educativa, capace di contribuire con efficacia alla maturazione dei giovani, insegnando loro il valore della fatica e del sacrificio, il gusto dei risultati ottenuti con impegno e costanza, promuovendo l’amicizia e una cultura di ospitalità e di pace, educando a perdere senza umiliazione e a vincere senza arroganza.

Jack Fairplay: Ben detto! Lo sport potrebbe inoltre avere un ruolo fondamentale a supporto del processo di integrazione e contribuire a contrastare discriminazioni e stereotipi di genere.

Michael Education: Lo sport è l’antitesi dell’Educazione Fisica. Il primo infatti ha di mira la vittoria, la seconda ha di mira la salute: è un grave malinteso accomunare, o peggio ancora confondere, i termini sport ed educazione fisica e motoria. Lo sport moderno è nato e si è affermato in un contesto storico e sociale, quello capitalista, che premia la cultura del successo: ne deriva una visione dell’attività fisica che sacrifica l’elemento del gioco in favore del risultato, che va raggiunto a qualunque costo, anche per gli interessi economici ad esso legati.  

Bill Inclusion: La pratica sportiva, di per sé, non genera nessun tipo di educazione sociale né di integrazione: alcuni recenti studi condotti dal CNR sugli adolescenti in Italia confutano in maniera chiara l’esistenza di una relazione diretta tra la pratica sportiva e l’interiorizzazione di valori socialmente positivi.

Bob Sport: Lo sport è veicolo di salute, lo sanno tutti. L’Eurobarometro 2014 (TNS Opinion & Social, 2014)⁴ indica che in Europa la ragione che porta le persone a svolgere attività fisica o uno sport è per il 62% legato alla salute e il 40% per migliorare il fitness fisico. Recenti evidenze scientifiche indicano che bassi livelli di attività fisica in età scolare sono correlati ai rischi di malattia cronica: diabete II, patologie cardiache; sovrappeso/obesità; osteoporosi (Strong et. al. 2005⁵). Protocolli specifici (come Fitnessgram⁶), proposti a bambini di 8-11 anni di età, hanno evidenziato che i soggetti che si allenavano di più ottenevano risultati scolastici migliori rispetto ai coetanei più sedentari (Castelli et al. 2007⁷v), in generale l’esercizio fisico aerobico ha effetti benefici sulle funzioni cognitive superiori (Hillman et al. 2009⁸; Tomporowski, 2008⁹). È innegabile: lo sport fa bene!

Michael Education: Qui si evidenzia una totale confusione terminologica. Gli esempi sopracitati fanno tutti riferimento ad una generica “attività motoria” che per essere salutare deve rientrare nella più ampia idea di “educazione fisica” a cui si può riferire solo un certo modo di intendere la pratica sportiva amatoriale. La pratica sportiva agonistica, invece, basandosi sul principio di prestazione, pone in secondo piano tutti gli aspetti positivi elencati, facendoli diventare accidentali (Piermattéo et al. 2018¹⁰). L’educazione fisica deve avere un ruolo fondamentale per poter sostenere che lo sport sia una pratica etica e di salute, e chi insegna deve possedere tutti gli strumenti pedagogici per farlo. Che la comunità sportiva abbia o meno la mentalità e la volontà per affrontare questa sfida è però quantomeno dubbio. II potere e l’influenza che caratterizzano lo sport professionistico e la sua diffusione di massa attraverso i media è tale da rendere difficilmente raggiungibili gli obiettivi educativi. Lo sport non è sostenibile come pratica umana e di salute quando è dominato dalla ricerca dei beni esteriori di ricchezza e fama, veicolati dai concetti di vittoria e successo. Se non ci si oppone a questa visione materialistica e superficiale dello sport esso non potrà mai essere considerato una forma di educazione fisica ma al massimo un intrattenimento fine a sé stesso, quando non dannoso sia per la salute fisica che per quella mentale (Baker et al 2014¹¹; Bauman 2016¹²). Se si vuole continuare a parlare dei benefici dello sport, inteso come educazione fisica e motoria, bisognerà prima distinguere nettamente lo sport professionistico e agonistico (che ha come obiettivo il risultato) da quello dichiaratamente educativo (che avrà come obiettivo il miglioramento della persona) e renderli indipendenti, innanzitutto a livello legislativo.

Jack Fairplay: Sono d’accordo sulla necessità di tenere separati i due mondi a livello legislativo, infatti una delle problematiche connesse al binomio sport e migrazione, emerse all’interno del progetto “Match – Migration and Sports” ¹³ (progetto che ha avuto come obiettivo quello di valorizzare le potenzialità dello sport come strumento di integrazione sociale) è stata la criticità strutturale collegata all’applicazione in Italia dei regolamenti sportivi internazionali per combattere la cosiddetta “tratta dei talenti”¹⁴. I limiti al tesseramento e lo schieramento in gara di atleti stranieri, infatti, in Italia risultano particolarmente vincolanti, perché non vige lo ius soli e le procedure per la richiesta di cittadinanza sono lunghe e laboriose. Ciò detto, il progetto ha dimostrato come lo sport abbia una grande potenzialità di integrazione sociale ma allo stesso tempo siano necessarie competenze interculturali da trasferire a tecnici e dirigenti sportivi affinché queste potenzialità vengano effettivamente utilizzate in maniera proficua.

Bill Inclusion: Un’indagine nazionale condotta nel 2017 dal CNR su circa 4000 studenti e studentesse del biennio delle scuole secondarie di secondo grado (Caruso et al. 2018¹⁵) ha analizzato la relazione tra sport e integrazione sociale. I dati non dimostrano l’esistenza, come peraltro osservato in altre recenti ricerche (Eccles et al. 2003¹⁶; Tintori, Cerbara 2017¹⁷), di una relazione diretta tra pratica sportiva e interiorizzazione di valori socialmente positivi. Lo studio ha permesso di porre a confronto gli studenti che praticano sport extrascolastico con quelli cosiddetti sedentari, per verificare l’influenza che tale pratica esercita sui livelli di stereotipia sociale, di tipo etnico, sportivo e di genere, sui pregiudizi e sugli atteggiamenti connessi alla devianza relazionale. Nonostante le differenze sull’importanza attribuita ai valori siano solo minime tra chi pratica e chi non pratica sport nel tempo libero, è però da notare che l’”uguaglianza” e la “solidarietà” sono ideali più solidi tra i sedentari, mentre gli sportivi sono maggiormente orientati alla “realizzazione di se stessi” e a “soldi e successo”. Passando agli stereotipi, analogamente, si rintraccia sempre tra gli sportivi una maggiore presenza dei condizionamenti sociali. È così che tra questi prevale l’idea che l’allenatore sia meglio dell’allenatrice, che per fare sport “ci vuole il fisico”, che la violenza nel tifo della propria squadra sia un fatto accettabile ecc…

Jack Fairplay: Non è un problema dello sport, bensì un problema sociale che si trasferisce ad un certo modo di vedere e trasmettere anche lo sport. Il programma “CUORE: l’unico muscolo da allenare per battere una donna”¹⁸, nasce proprio con lo scopo di contrastare, attraverso la pratica sportiva dilettante, l’insorgere di forme di violenza contro le donne, facendo in modo che istruttori, allenatori, dirigenti e operatori di associazioni sportive, siano in grado di trasferire ai bambini e agli adolescenti, maschi e femmine, modelli positivi di mascolinità. In questo senso l’allenatore deve essere profondamente consapevole del rischio che alcuni pretesi valori, atteggiamenti e comportamenti insegnati o tollerati, quando agiti nel comportamento, possono, anche inconsapevolmente, sostenere e rinnovare modelli violenti e prevaricatori o nutrire stereotipi di genere che possiamo ritrovare con facilità alla base della violenza nei confronti delle donne, delle persone omosessuali e transgender.

Bill Inclusion: Infatti questi dati non significano, ovviamente, che lo sport produca intolleranza piuttosto che integrazione sociale, né che il mondo sportivo sia terreno fertile per derive pregiudiziali. Palesano, però, la neutralità della pratica sportiva sul piano valoriale e sull’abbattimento dei condizionamenti sociali, confutando così l’idea che lo sport sia, di per sé, un fatto educativo.

Conclusione

Come dimostrano progetti come quelli sopracitati, lo sport può essere un terreno fertile per la prassi educativa ma, affinché questa avvenga realmente, è necessario che dietro la pratica sportiva ci sia un intento educativo esplicito e dei valori chiari a cui fare riferimento, oltre che delle competenze pedagogiche rilevanti da parte degli operatori sportivi a tutti i livelli, altrimenti la pratica sportiva di per sé risulta essere neutra o addirittura negativa per la formazione dei giovani in particolare e dei cittadini in generale, come evidenziato da alcuni recenti studi citati nella discussione. Per valorizzare appieno il potenziale educativo dello sport appare quindi fondamentale aggiornarne la didattica, che dovrà impegnarsi in via prioritaria a esplicitare e poi veicolare in modo efficace i valori educativi di riferimento attraverso la pratica sportiva, e mettere in campo esperienze concrete, come le forme di cooperazione per l’inclusione delle minoranze che sono state menzionate. Questa richiesta di formazione socio-pedagogica da parte degli/delle istruttori/ici e degli/delle operatori/ici deve inoltre essere accompagnata dall’azione dei policy maker, chiamati a sostenere con strumenti adeguati la sperimentazione, il consolidamento e la diffusione di quelle pratiche sportive che si dimostrino esplicitamente finalizzate a perseguire finalità socio-educative. Politiche e interventi in questa direzione appaiono quanto mai auspicabili poiché uno dei punti di maggiore criticità emersi dalla discussione riguarda proprio la confusione tra il settore dello sport agonistico, finalizzato alla prestazione, e quello dello sport socio-educativo che è invece interessato alla salute e all’educazione. In tal senso, i due settori andrebbero totalmente separati, dal momento che il primo rientra nel mondo dello spettacolo ed è in grado perciò di autofinanziarsi tramite gli sponsor, mentre il secondo afferisce all’ambito dell’educazione e della formazione pubblica e necessita, invece, di specifici finanziamenti.

Robert Delaunay: Les coureurs, olio su tela, 1924, Musee d’Art Moderne de Troyes

Luca Perrino – l.perrino@gmail.com


Note e riferimenti bibliografici/sitografici:

¹ I nomi dei protagonisti della discussione sono ovviamente di fantasia e rappresentano una dedica a Laurent Piemontesi

² CONSIGLIO D’EUROPA, Comitato per lo Sviluppo dello Sport,  7^ Conferenza dei Ministri europei responsabili dello Sport, Rodi, 13 – 15 maggio 1992, https://www.coni.it/images/documenti/Carta_europea_dello_Sport.pdf

³ Rapporto Istituto Superiore di Sanità, Ministero della Salute e CONI “Movimento, sport e salute: l’importanza delle politiche di promozione dell’attività fisica e le ricadute sulla collettività”, https://www.coni.it/images/1-Primo-Piano-

2018/Rapporto_ISTISAN_18_9_web_Movimento_e_salute.pdf

⁴ TNS Opinion & Social (2014), Special Eurobarometer 412 “Sport and physical activity” https://ec.europa.eu/commfrontoffice/publicopinion/archives/ebs/ebs_412_en.pdf

⁵ STRONG, William B., et al. Evidence based physical activity for school-age youth. The Journal of pediatrics, 2005,146.6: 732-737

⁶ About FitnessGram, https://fitnessgram.net/about/

⁷ Castelli, Darla M., et al. “Physical fitness and academic achievement in third-and fifth-grade students.” Journal of Sport and Exercise Psychology 29.2 (2007): 239-252

⁸ Hillman, Charles H., et al. “The effect of acute treadmill walking on cognitive control and academic achievement in preadolescent children.” Neuroscience 159.3 (2009): 1044-1054

Tomporowski, Phillip D., et al. “Exercise and children’s intelligence, cognition, and academic achievement.” Educational psychology review 20.2 (2008): 111

¹⁰ Piermattéo, Anthony, et al. “The meaning of sport and performance among amateur and professional athletes.” International Journal of Sport and Exercise Psychology (2018): 1-13

¹¹ Baker, Joe, Parissa Safai, and Jessica Fraser-Thomas, eds. Health and elite sport: Is high performance sport a healthy pursuit? Routledge, 2014

¹² Bauman, N. James. “The stigma of mental health in athletes: are mental toughness and mental health seen as contradictory in elite sport?” (2016): 135-136

¹³ Progetto “MATCH Migration and Sports”: realizzare l’inclusione con le attività sportive, https://epale.ec.europa.eu/it/resource-centre/content/progetto-match-migrations-and-sports-realizzarelinclusione-con-le-attivita

¹⁴ Gian  Paolo Ormezzano,  “La tratta dei talenti”, Famiglia  Cristiana  n.15 del 16-4-2000, http://www.stpauls.it/fc00/0015fc/0015fc82.htm

¹⁵ Caruso, Maria Girolama, et al. “Sport e integrazione sociale. Indagine nelle scuole  secondarie  di secondo grado in Italia.” (2018)  http://eprints.bice.rm.cnr.it/18229/1/Sport%20e%20integrazione%20sociale.pdf

¹⁶ Eccles, Jacquelynne S., et al. “Extracurricular activities and adolescent development.” Journal of social issues 59.4 (2003): 865-889

¹⁷ Tintori, Antonio, and Loredana Cerbara. “Lo sport di tutti. Valori e didattica dell’integrazione sociale.” Culture e Studi del Sociale2.1 (2017): 43-54 http://www.cussoc.it/index.php/journal/article/view/38/25 ¹⁸ Programma “Cuore – l’unico muscolo per battere una donna” http://www.extrafondente-os.org/wpcontent/uploads/2015/09/manuale_def_low.pdf

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